8. In Volo
Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare.
— Friedrich Nietzsche

Luglio 2011. Da qualche parte, in cielo.

Sono in volo da circa diciotto ore e fuori dal finestrino soltanto nuvole.
Stare così tanto tempo seduto al tuo posto dentro un aereo ti cambia la vita.
Letteralmente.

Lentamente diventi parte di una serie di eventi che si ripete per tutta la durata del viaggio: allacci la cintura - guardi un film - ti avvolgi in una coperta - arrivano le hostess con il pasto del momento - slacci la cintura - mangi - vai in bagno - torni - allacci la cintura.

Se il viaggio inizia in Italia e finisce in Australia, questo è quello che ti aspetta nei circa due giorni successivi al decollo. Completamente un’altra vita. 

Ad un certo punto, ho come l’impressione di essere uno di quegli umani dentro l’astronave in cerca di una nuova Terra in Wall-E: anch'io sono dentro una macchina volante, sono sempre seduto davanti ad un monitor, ogni tanto qualcuno mi nutre, ogni tanto soddisfo i miei bisogni fisiologici e, soprattutto, anch’io sono in cerca di una nuova terra.

Cambio posizione, sistemo la coperta e faccio partire l’ennesimo film.

Fuori ancora nuvole.

Dieci minuti prima mi sono guardato intorno invidiando la maggior parte della gente presente, cioè quella che sta dormendo alla grande, magari da poco dopo il decollo. Per queste persone un viaggio di quasi venti ore passa in un momento.

Io non ci sono mai riuscito.

Sono bravissimo nei preliminari, ma quando si tratta di concludere, torno alla più lucida delle coscienze. Trovo la posizione corretta, mi sistemo la coperta, riesco a farmi un po’ di spazio per le gambe, mi rilasso e chiudo gli occhi.

Dopo circa mezzora di questo teatrino, mi arrendo e torno a guardarmi in giro.

Il fatto è che mi concentro sempre su qualcosa, invece che pensare a niente e rilassarmi: il rumore dell’aereo, i movimenti del mio vicino di poltrona, troppa luce, qualche sobbalzo, la paura di perdermi un pasto e finire tagliato fuori per sempre dalla routine dell’aereo che tutti condividono. 

O forse, semplicemente, ho paura di sembrare un morto fulminato, sfoggiando una delle espressioni peggiori che un umano possa assumere, ciondolando la testa da qualche parte, aprendo la bocca senza ritegno e facendo penzolare una lingua carica di bava accuratamente depositata sullo schermo del nuovissimo ed aggiornatissimo iPad di chi mi siede accanto. Sono cose che il personale di bordo sarà abituato a vedere, ma per me rimane uno spettacolo macabro. 

Sta di fatto che mi giro e rigiro sullo stesso sedile, con un’abbondanza di tempo per pensare tale da trovare il modo di far tornare in vita Voldemort. Invece, incollo il cervello in posizione “morte apparente” e faccio partire il dodicesimo film.

Fuori dal finestrino ancora nuvole.

Cambio di nuovo posizione, come se facendolo più volte riuscissi a scoprirne una che non ho mai provato nelle dieci ore di volo appena trascorse.

Nel tentativo di intrattenere me stesso senza fare nulla, cosa che di per sé rappresenta quasi un paradosso, mi ritrovo ad osservarmi con gli occhi della mente.

Eccolo lì quel tipo, con una decina di ore di volo addosso, ben visibili dall’espressione che ha in faccia, dallo spessore delle occhiaie e da quel taglio di capelli che non è più volutamente e accuratamente spettinato, anzi, non è più nemmeno un taglio di capelli, somigliando più che altro ad una mano difficile di Shanghai. Oltretutto, cerca di sembrare perfettamente a suo agio, sfoggiando una carnagione di colorito misto, mentre tenta posizioni sempre diverse in un metro quadrato di spazio. Sguardo fisso allo schermo, ma senza nessuna traccia di attività cerebrale visibile.

Cerco di dormire ancora, ma sul più bello l’aereo si rianima.

Mi guardo intorno e capisco che è il momento di mangiare qualcos’altro. Fame zero, così come zero è la voglia di uscire da quell’involucro fatto di coperta in posizione, cuscini incastrati nel giusto angolo, cappuccio della felpa calato in faccia e scarpe chissà dove in fondo all’aereo.

Alla fine mi racconto che, nonostante non abbia fame, mangiare se non altro spezza la monotonia del volo. 

Esco dall’involucro, sbadiglio per due minuti abbondanti, cerco di assumere un’espressione intelligente e di stiracchiarmi senza ferire chi mi sta intorno o me stesso e sistemo il sedile in posizione.

Tanto per curiosità, do un’occhiata fuori dal finestrino e, com’era prevedibile, quello che vedo è sempre lo stesso panorama.

Ancora nuvole.

Dubai.

Notte inoltrata.

La porta dell’aereo si apre nel buio dell’aeroporto. Mentre sono in piedi e aspetto il mio turno per uscire, cerco di muovermi sul posto, per riacquistare l’uso delle gambe o, almeno, un minimo di sensibilità, quanto basta per capire se ho le scarpe addosso o meno.

Non vedo l’ora di mettere il naso all’aperto, respirare profondamente e riciclare l’aria che da più di dieci ore ho nei polmoni: un misto di aria condizionata e gas di trecento persone.

A piccoli passi mi avvicino all’uscita, un saluto all’hostess che ringrazia e… la botta di caldo che mi arriva in faccia mi sembra il pugno di un gigante.

Lo sbalzo di temperatura tra dentro l’aereo e l’esterno è talmente marcato che mi sembra di essere sbarcato su un altro pianeta. Con il quasi-freddo dei diciotto gradi in cabina e i ben quarantadue gradi fuori, ho l’impressione di essere saltato dentro il cadavere ancora caldo di una foca.

In preda ad un istinto di sopravvivenza, accelero il passo verso il terminal, illuminato da mille luci e in attesa dei passeggeri con la sua temperatura fresca e secca.

Ritiro i bagagli e mi sistemo nella navetta, pronto per essere accompagnato all’hotel dell’aeroporto e, dopo un breve controllo documenti, mi ritrovo finalmente in camera mia, sebbene per poche ore, prima del volo successivo.

Mollo le valigie sul pavimento e regolo l’aria condizionata alla confortevole temperatura di tempesta-di-ghiaccio.

Lo scalo mi da modo di riprendermi un po’, approfittando di una camera d’albergo offerta dalla compagnia aerea e soprattutto della relativa doccia di cui abuso per un’ora intera.

Riesco anche a dormire per una manciata di ore; di certo non un sonno rigenerante, ma che almeno mi toglie dalla faccia quell’espressione di estraneità dal mondo che mi porto dietro. Le occhiaie, invece, sono sempre al loro posto. Abiti finalmente freschi e un caffè doppio mi rimettono più o meno in sesto.

All’uscita dell’albergo salgo sulla navetta diretta all’aeroporto, pronto per imbarcarmi sul secondo dei voli previsti prima di arrivare a destinazione. 

Fuori dal finestrino, stavolta, vedo una Dubai ancora immersa nelle ultime ore di sonno prima dell’inizio della giornata, totalmente deserta e già in preda ad una calura soffocante nonostante sia da poco passata l’alba. 

Confortato dall’aria condizionata al massimo e protetto dalle lenti scure degli occhiali da sole, osservo l’enorme sfumatura di colori della città, data da un misto di giallo-sabbia, bianco delle case, fiori, palme e innumerevoli riflessi che il sole produce giocando con le migliaia di vetri dei grattacieli presenti.

Prendo appunti mentali di tutto quello che vedo. Mi appoggio allo schienale e mi godo lo scorrere delle strade.

In aeroporto mi concedo una colazione completa, dove la parte del protagonista è tutta dell’enorme caffè che mi porto in giro mentre cammino piano lungo il terminal ed esploro la  modernissima struttura.

Scatto qualche foto, mando qualche messaggio a casa: stanco ma tutto ok, tra un po’ riparto. Ciao.
Altra scaletta, altro sedile, altro finestrino da cui guardare.

Mi godo il decollo e prima di far partire un altro film guardo fuori.

Sempre e soltanto nuvole.

Il film scorre lento e senza distrarmi dall’insofferenza in aumento. Non riesco proprio a trovare una posizione che si possa remotamente definire comoda e comincio ad essere impaziente di arrivare. Non che prima non lo fossi stato, ma a questo punto del viaggio proprio non ne posso più. Slaccio la cintura e mi alzo, vado in bagno per l’ennesima volta e cammino attraverso l’aereo da cima a fondo, saluto con un cenno della testa un paio di hostess, scambio un mezzo sorriso di cortesia con un passeggero e poi ripeto tutto tornando al mio posto.

Viaggiare dall’Europa verso l’Australia equivale a bruciare le ore al doppio della velocità. Essendo l’Australia ad un fuso orario compreso tra le sei e le dieci ore in avanti rispetto all’Europa (dipende da dove si atterra), mentre si vola è come se le ore scorressero più veloci. Dopo un po’ perdo la cognizione del tempo e il mio orologio biologico comincia a dare i primi segni di che-cazzo-sta-succedendo.

Mi alzo di nuovo.

L’aereo è immerso in una semi oscurità. Tutte le luci principali sono spente, salvo una sottile striscia di luce sfocata, pallida e fioca sulla parete in alto. Dal punto in cui mi trovo la fila dei sedili continua per diverse decine di metri e, guardando verso il fondo dell’aereo, apprezzo il contrasto visivo di buio e schermi accesi di chi, come me, non riesce a dormire e combatte la sua battaglia con ore di film.

Qualche colpo di tosse, per terra qualche oggetto personale sparso, un paio di libri e, in sottofondo, il continuo rumore dei motori.

Mi risistemo al mio posto e dopo dieci minuti abbondanti spesi a ricreare il mio involucro tento di nuovo l’impresa di dormire in aereo.

Uno scossone improvviso mi riporta alla realtà esattamente un secondo prima di addormentarmi. Cerco di riprendere da dove sono stato interrotto, ma ecco un altro scossone.

Stavolta sono completamente sveglio. Mi assicuro che i motori siano in funzione e che lo scossone non sia dovuto al precipitare verso l’oceano, ma sembra tutto a posto.

Sistemo lo schienale in posizione verticale, ripiego la coperta e mi guardo intorno. Tutti stanno facendo qualcosa: chi si stiracchia, chi va di corsa in bagno, chi chiude libri e spegne iPod vari, chi raccoglie carte accumulate. Vedo in lontananza il personale di bordo partire dal fondo dell’aereo controllando i posti uno per uno e intuisco che stanno dicendo di allacciare le cinture.

Guardo fuori dal finestrino…

Niente nuvole. Sono arrivato in Australia.

Impacchetto il più velocemente possibile le mie cose, spengo il monitor di fronte a me, chiudo il tavolino, raccolgo qualche cartaccia, mi tolgo di dosso le briciole di quattro tubi di Pringles, ripongo nello zaino un libro che non ho letto e un foglio utilizzato per scrivere qualche appunto durante il volo. Cerco una posizione che sia la più comoda possibile e che allo stesso tempo mi permetta anche di guardare fuori dal finestrino.

Quello che vedo sotto non è l’oceano, ma una distesa di terra coperta da vegetazione e, qua e là, addirittura qualche casa.

Dopo le ultime ore di volo sopra la terra Australiana siamo finalmente in avvicinamento all’aeroporto di Sydney. Cerco di individuare un punto conosciuto dopo le mille ore passate su Google Maps, ma non vedo nulla. La distesa di terra sembra un tapis-roulant lanciato a tutta velocità, mentre l’aereo vola sempre più basso.

Aeroporto. Sydney, Australia.

Finalmente, dopo sogni, immagini mentali, pensieri e idee, tutto quello su cui mi sono concentrato da mesi sta diventando realtà. Finalmente, non si tratterà più di guardare con la mente, cercando di indovinare cosa vedranno gli occhi, ma si tratterà di usare gli occhi e mandare tutto a mente. 

Dopo mesi di astrazioni, ipotesi e progetti immaginari sono a pochi minuti da realtà, ambienti,  odori e luoghi reali. 

Il rumore dei motori che si interrompe mi riporta al presente di quel metro quadrato che è stata la mia casa per quasi due giorni. Guardo fuori dal finestrino come se mi fossi appena “acceso”.

Le immagini che vedo non vanno a sovrapporsi a quelle già presenti, nemmeno a mescolarsi, ma vanno a formare una fotografia nuova, in una pagina nuova, di un nuovo capitolo, di un libro tutto nuovo. 

Quando lo sportello si apre non muovo un muscolo.

Lascio scorrere davanti a me la fila di gente impaziente di uscire all’aria aperta, mentre io, nonostante condivida in pieno la stessa sensazione, rimango fermo, al mio posto, lo sguardo fisso davanti a me. Dopo qualche minuto mi alzo, recupero lo zaino dallo scomparto sopra di me, lascio passare l’ultima persona e mi accodo per uscire.

Lo sportello a qualche decina di passi più avanti lascia entrare dalla sinistra una luce abbagliante, o almeno sembra tale dopo venti ore di luce artificiale soffusa e un’aria, finalmente fresca, circola per tutta la cabina passeggeri. 

Mi godo letteralmente ogni singolo passo.

Lo zaino non pesa, non ho caldo, non mi sento sporco e la stanchezza è passata d’un tratto insieme al sonno arretrato. 

Ad un metro dalla porta mi fermo. 

Guardo l’hostess che attende e lei, in mezzo a quel sorriso, mi fa arrivare un “Welcome to Australia”. 

Un respiro profondo e un altro passo.

Sono nato, parte seconda.

Writer wannabe, mojito and absinthe lover, one day I want to see the Earth from space. I’m a ESL Teacher.