Prologo

Oggi quando qualcuno cammina per strada parlando da solo non è pazzo, ha l’auricolare.

Qualche anno fa, mentre sembrava pazzo ma non lo era, qualcuno stava urlando all’auricolare: “me ne vado in Australia!”.

Quel qualcuno sono io, anzi ero io, perché anche se già all’epoca avevo deciso di partire, dentro di me albergava uno spirito e un atteggiamento ben diverso da quello di oggi.

In quel tempo camminavo per il mondo con un aria insofferente stampata in faccia a caratteri talmente grandi che perfino la più logorroica delle persone, una di quelle a cui basta un minimo cenno per attaccare bottone e parlare per ore, sempre e dovunque, si sarebbe fatta scrupoli a rivolgermi la parola; almeno non prima di aver verificato la presenza, nelle vicinanze, di un qualche tipo di rifugio.

I motivi di tale insofferenza erano molteplici. Alcuni tutt’ora presenti, anche se, per la maggior parte di essi me ne sono fatto una ragione o, comunque, ho imparato a gestirli meglio.

L’argomento generale che accomuna tutti questi motivi e li rende, di fatto, un motivo unico, potrebbe essere espresso utilizzando un’unica parola: Italia.

L’Italia in cui sono nato, cresciuto e in cui ho vissuto per oltre trent’anni; la stessa Italia in cui ho fatto una miriade di cose per la prima volta e in cui sono diventato quello che sono ora, alla fine mi ha stufato.

Obbligatoria una piccola premessa: tutto quello che ho scritto in questo mio lavoro rispecchia unicamente la mia opinione e non vuole essere nessun manifesto per la diffusione di idee e tanto meno una serie di pagine di polemiche.

Detto questo, credo che l’Italia sia alla frutta (Probabilmente oltre il limoncello...)

Se dovessimo fare dei bigliettini, ognuno dei quali riportasse scritto un aspetto dell’Italia che coinvolge la vita di tutti noi, come ad esempio sanità, trasporti, edilizia, scuola, aziende, amministrazione pubblica, infrastrutture, gestione del territorio (mi fermo, ma ce ne sono altri) e poi pescarne uno a caso, sicuramente in quell’ambito ci sarebbero mille cose da sistemare; da qualsiasi parte la si guardi, l’Italia è una nazione da riparare.

Una delle cose che mi fanno più rabbia è che, se avessimo la possibilità di ascoltare un telegiornale di trent’anni fa senza vedere le immagini e poi fare lo stesso con uno di ieri, o perfino uno di domani, probabilmente le problematiche riportate sarebbero le stesse: crisi politica, partiti che litigano, l’Italia fanalino di coda nell’ennesimo settore, un nuovo episodio di corruzione, mafia, ennesimo appello del Papa, il traffico, le polveri sottili. Fino ad arrivare a toccare il fondo con quei servizi demenziali, che personalmente ritengo perfino offensivi, in cui ti consigliano che protezione solare mettere al mare per evitare di andartene più in fretta di un cadavere al sole; o di fare attenzione al ghiaccio per non farti trovare ancora li, congelato in qualche strana smorfia, dagli archeologi del 2045, dopo che sbadatamente sei uscito di casa seminudo a dieci gradi sotto zero. Per non parlare dei consigli agli anziani su come sopravvivere all’ennesimo caldo “anomalo”, invitandoli tutti a sostare per ore nei supermercati, anche senza necessità di fare la spesa.

Il tutto intervallato da qualche programma soft porno in onda in prima serata o pomeriggio, qualche pubblicità spinta, l’ennesimo scandalo calcistico3.

Torniamo, però, un attimo agli anziani che sono ovunque in Italia, tanto che ormai la parola “anziano” la considero un sinonimo di Italia.

Ai vertici di ogni istituzione esistente, pubblica o privata, in quantità industriale in posta, dal medico e ora perfino su Facebook, gli anziani in Italia sono ovunque.

Non ho niente contro gli anziani, anzi, li considero un patrimonio importantissimo nel bagaglio culturale delle generazioni più giovani, una figura essenziale per dare continuità generazionale, un aggancio al passato per capire meglio il presente e magari anticipare il futuro. Questo, però, a patto che gli anziani ricoprano un ruolo consono al loro stato sociale e cioè quello di coloro che hanno già dato a livello di cambiamenti e innovazione.

Credo fermamente in una visione della vita organizzata secondo ruoli ben precisi. La storia secondo la quale tutti possono fare tutto è una stronzata colossale.

Sia a livello individuale che a livello sociale, l’umanità è sempre stata suddivisa in ruoli precisi, entro cui stare, per far funzionare tutti i meccanismi.

Ad un certo punto arriva l’idea che tutti possono fare qualunque cosa ed essere chiunque e scoppia il caos.

Per come la vedo io, agli anziani spetta il ruolo di supporto, di guida, di consigliere o per essere banali, di saggio. Insomma di colui che, in secondo piano rispetto ad un giovane, agisce per aggiustare il tiro, far riflettere, invitare alla calma e tenere un po’ a freno l’entusiasmo e l’irruenza di chi, più giovane, rischia di commettere errori.

Oggi invece in Italia gli anziani ricoprono ruoli che non gli appartengono più di diritto, ma esclusivamente per una forma di mentalità ormai molto difficile da modificare.

Purtroppo è uno dei maggiori motivi per cui il Paese va a rilento. Per non dire a puttane. Sia chiaro: parte del Paese va anche, letteralmente, a puttane.

La spinta all’innovazione e la propulsione al cambiamento non è propria di un settantenne, da qualsiasi parte la vogliamo vedere, nonostante tutto il Viagra possano avere in corpo. Geneticamente, biologicamente, fisiologicamente e psicologicamente, un settantenne tenderà al mantenimento della situazione attuale, qualunque essa sia. Questo per un semplice meccanismo di sopravvivenza, ma anche per una non disponibilità di risorse fisiche, mentali e sociali che gli permetterebbero di adattarsi velocemente ad un eventuale cambiamento. Tanto meno al cambiamento che servirebbe in Italia. Ovviamente, come in tutte le cose, esistono eccezioni anche in questo caso, ma in generale il settantenne sta li, continua sulla sua strada, lentamente per giunta, convinto di andare avanti, mentre poco distante un quindicenne si guarda intorno e pensa: ma quando cazzo iniziamo a muoverci?

Il problema dei quindicenni di oggi, tuttavia, è che invece di insistere, sono distratti dall’iPod o perdono tempo scambiandosi foto porno col telefonino nei cessi, in cambio di compiti copiati.

Quanto scritto fino a qui, già potrebbe bastarmi per espatriare in Antartide.

Fortunatamente, a questo possiamo tranquillamente aggiungere corruzione, clientelismo, nepotismo, “familiarismo”6 e un’ostinazione ad essere vincolati al concetto di si stava meglio quando si stava peggio, senza rendersi conto che quei tempi sono andati e che se non vogliamo essere tagliati fuori dal mondo, bisognerebbe cercare di migliorare i tempi in cui viviamo.

Un giorno, pochi mesi prima di partire, ho chiesto ad una collega che cosa ci fosse, in Italia, a rappresentare un vanto per noi Italiani, un qualcosa che altri Stati possano invidiarci. Come unica condizione ho posto che l’elenco delle qualità dovesse riferirsi al presente, ben consapevole che in passato brillavamo parecchio. In sintesi, volevo che mi si dicesse qualcosa che fosse figlio del nostro Oggi e non di Ieri. Ad oggi siamo ancora fermi ai “soliti noti”: cibo e clima... Pochino non trovate? Insomma, in altri posti del mondo scoprono l’antimateria e noi fermi a mangiare pasta al pomodoro? Magari all’ombra di un Colosseo che lentamente se ne sta andando come un castello di sabbia in una giornata di vento nemmeno tanto forte, solo moderato.

A peggiorare la situazione, visto che non inventiamo niente di nuovo (salvo casi isolati), abbiamo pensato bene di iniziare a sputtanare quello che abbiamo fatto finora e che praticamente ci da campare al momento.

A questo aggiungiamo un atteggiamento arrogante e fastidioso, che vede l’Italiano vantarsi di glorie e conquiste ormai passate, pensando che basti aver fatto qualcosa secoli fa per rimanere competitivi nel futuro, senza nemmeno prendersene cura. L’Italiano oggi vive di successi passati, pensando che bastino a garantire gloria e fasti per sempre, mentre non si accorge che nel frattempo altri Paesi si stanno affacciando alla scena mondiale, con i loro propri successi, in campi e settori che ci vedono oggi non competitivi per mancanza di risorse o mentalità.

Certo, qualcuno ora potrebbe dire che ci sono posti in cui si sta peggio e sarebbe indubbiamente vero. Credo però che la spinta a migliorare debba venire guardando chi sta meglio, altrimenti il rischio è di accontentarsi di quello che si ha, che di per sé è una virtù, ma nella situazione attuale Italiana vorrebbe dire considerare un lusso quello che in realtà è una situazione di merda.

Qualcun altro, ora, potrebbe anche obiettare che, seguendo questo ragionamento, tutti coloro che dovessero trovarsi in una brutta situazione, dovrebbero far fagotto e andarsene, specialmente quando parliamo di situazioni ben più gravi della nostra, come ad esempio Paesi in cui sopravvivono regimi politici, magari violenti, o i Paesi del Terzo Mondo.

Lascio ad ognuno di voi la risposta a questo quesito.

Per quel che mi riguarda ritengo che la decisione di partire sia il risultato di diversi fattori, alcuni individuali altri, per così dire, ambientali e sociali.

Nel mio caso questi fattori vanno inoltre a sommarsi alla voglia di vedere un po’ di mondo, l’interesse di conoscere altre culture, il desiderio di imparare bene una lingua ritenuta indispensabile e la voglia di mettersi in gioco in quella che considero una tappa obbligata, quella di vedere altri Paesi, per poter maturare e crescere a livello professionale e personale.

Determinante per la mia scelta poi, il fatto che tutto fosse calato in una società, quella Italiana, che nonostante non sia scossa da violenza o carestie, è comunque immobile, ferma su sé stessa, in attesa di un qualche cambiamento che forse non è nemmeno pronta ad accogliere e che al momento, comunque, ancora non si vede.

Non sono più disposto ad aspettare e voglio essere io l’artefice del mio cambiamento.

Purtroppo o per fortuna, non sono un personaggio di un qualsiasi videogioco che possa contare su diverse “vite” a disposizione; con l’unica che ho mi sento un po’ restio a passarla tutta in attesa di qualcosa o qualcuno che, tra l’altro, potrebbe non arrivare mai.

Lentamente, quindi, ho maturato l’idea di partire.

Quando ho realizzato che era la cosa giusta da fare per me, la destinazione mi è venuta spontanea, senza pensarci: sarei partito per l’Australia.

Ora, se mi chiedete perché proprio l’Australia, potrei liquidare la conversazione snocciolando un paio di motivi del tutto accettabili e dignitosi che porrebbero fine alla cosa.

Ad esempio, potrei dire del fatto che il governo Australiano rilascia un Visto valido un anno, ma solo fino a prima del compimento del trentunesimo anno di età, ed essendo all’epoca già al limite con gli anni, era una questione di adesso o mai più; oppure potrei parlare del fatto che in Australia trovi una splendida natura e in mezzo città modernissime e funzionanti a dovere, proprio come piace a me; o ancora, semplicemente fare riferimento a una vita fatta di lavoro e surf, spiagge e aria aperta.

Probabilmente basterebbe.
La verità è che l’Australia è lontana.

Maledettamente lontana.

Lontana al punto che parti un giorno e arrivi due giorni dopo.

L’Australia è lontana anche come “presenza” nelle cose di cui si parla nella nostra parte di mondo. Non se ne sente mai parlare in riferimento a guerre, economia, o di qualsiasi altra cosa.

L’Australia è lontana dal nostro modo di pensare, dalle notizie del mattino, dalle nozioni di Storia, arte e filosofia, dalle chiacchiere tra amici, dalle polemiche al bar.

L’idea di fondo, quindi, era di andare lontano.

Si dice che a volte, per vedere meglio una situazione bisogna guardarla da un altro punto di vista. Si dice anche che solo un estraneo può valutare oggettivamente una situazione, per certi versi meglio di chi invece vi è coinvolto, semplicemente per il suo punto di vista esterno.

Non mi dispiacerebbe essere un Italiano estraneo all’Italia, per capire se, magari, possa non essere quel Paese così sfasciato come lo vedo ora, anche se ciò non esaurirebbe le motivazioni della mia scelta.

A quanti mi dicono che in fondo la mia è una fuga, rispondo che potrebbe anche essere.

D’altronde, la fuga è un meccanismo perfettamente naturale e normale di fronte ad una situazione che non puoi cambiare o accettare e che potrebbe, addirittura, nuocere. Soprattutto, di fronte ad una situazione pericolosa in cui la possibilità di subire danni è maggiore di quella di ottenere benefici. Non accetto invece chi dice che partendo si sceglie la via semplice.

Riflettendo meglio, forse posso trovare in fondo a me stesso anche un’altra motivazione; quella di chi vuole vedere una porzione più ampia di mondo, perché si sente curioso e non pago di quello che ha sotto gli occhi.

Forse non sono adatto a stare fermo nello stesso posto per sempre, forse questa è solo una fase, magari cerco qualcosa e non so ancora cosa, o forse partendo ho trovato proprio quello che cercavo. Forse voglio una panoramica del mondo.

Per farsi una panoramica di un posto bisogna vederlo dall’alto e per vedere tutto in una foto bisogna allargare lo zoom al massimo.

Andare in Australia per me significava allargare lo zoom. Eccovi, quindi, la mia fotografia.


C’È TANTA GENTE INFELICE CHE TUTTAVIA NON PRENDE L’INIZIATIVA DI CAMBIARE LA PROPRIA SITUAZIONE PERCHÉ È CONDIZIONATA DALLA SICUREZZA, DAL CONFORMISMO, DAL TRADIZIONALISMO, TUTTE COSE CHE SEMBRANO ASSICURARE LA PACE DELLO SPIRITO, MA IN REALTÀ PER L’ANIMO AVVENTUROSO DI UN UOMO NON ESISTE NULLA DI PIÙ DEVASTANTE DI UN FUTURO CERTO. IL VERO NUCLEO DELLO SPIRITO VITALE DI UNA PERSONA È LA PASSIONE PER L’AVVENTURA. LA GIOIA DI VIVERE DERIVA DALL’INCONTRO CON NUOVE ESPERIENZE, E QUINDI NON ESISTE GIOIA PIÙ GRANDE DELL’AVERE UN ORIZZONTE IN COSTANTE CAMBIAMENTO, DEL TROVARSI OGNI GIORNO SOTTO UN SOLE NUOVO E DIVERSO...

- DAL FILM INTO THE WILD

Writer wannabe, mojito and absinthe lover, one day I want to see the Earth from space.