Uragano Dennis. Una storia mai raccontata. Parte 1.

Uragano Dennis. Una storia mai raccontata. Parte 1.

Con venti sostenuti fino a 215 km/h, una pressione al centro stimata in 950 hPa, muovendosi verso nord ovest ad una velocità di 19 km/h, Dennis, il primo uragano atlantico della stagione 2005, è approdato sull'isola di Cuba, sulla costa nei pressi di Cabo Cruz, dopo aver lasciato dietro di sé distruzione e 4 vittime ad Haiti.
- 8 Luglio 2005,
https://www.meteogiornale.it/notizia/3519-1-luragano-dennis-approda-a-cuba

Padova. Primavera 2005.

Ancora in fissa per la mitica estate 2003 ad Ibiza, con tanto di magliette e scritta “IBIZA03, SI VA!”, Alessandro ed io varchiamo il portone della caserma dei Carabinieri in Prato Della Valle e puntiamo il centro storico della città.

A quel tempo, vivendo e studiando a Padova, visitavo spesso la caserma, dopo aver prestato servizio di leva nei Carabinieri e aver mantenuto un solido rapporto di amicizia con diversi “colleghi”, primo tra tutti Alessandro (nome di fantasia).

- Capo quest’estate bisogna replicare quella del 2003. A Ibiza non ci torniamo, ma dove andiamo?
- Capo non ne ho idea. Il portafoglio piange e una seconda Ibiza non la reggo. Dopo una settimana sono tornato più bianco di prima e ho dormito venti minuti in otto giorni. Per non fare una figura di merda ho detto a tutti che sono andato a Chernobyl.

A quel tempo ci chiamavamo tutti “capo”. Tocca quindi a voi capire chi dice cosa.

- Ok non Ibiza, ma per forza mare e locali in cui far serata. Ricc…
- Tutto ma non Riccione. Piuttosto torno a Chernobyl… tra l’altro costa sicuramente meno.
- Proporrei casa dei miei in Salento, ma ci sono anche loro per cui…
- Senti e se facciamo Cuba? Il mare c’è e i locali pure. Tra l’altro con dieci euro ti portano un secchio di mojito e un altro in omaggio. Direi che tutto quadra.
- Mi piace. Coinvolgiamo anche Mauro e Daniele (nomi di fantasia)?
- Perfetto. Estate 2005… si va! Facciamo un salto in agenzia per vedere i dettagli.

A quel tempo non c’erano app, internet era una cosa da “scrivania” e noi non sapevamo un cazzo di Cuba.

- Capo, ma a Cuba d’estate non è che piove? ho un vago ricordo di monsoni e cazzi simili…
- Tranquillo capo al massimo qualche acquazzone, ma cazzo ce ne frega… prenotiamo e si parte. Due Zero Zero Cinque! Si ricomincia!

A quel tempo non c’erano hashtag e i nostri motti ce li inventavamo al momento.

3 Luglio 2005. Havana, Cuba.

Giorno uno di tre nella Capitale. Poi non si sa. Programma libero, anzi un non-programma. Con quindici giorni davanti abbiamo voluto pianificare solo i primi tre e lasciare il resto al “come vada, vada”. Nel frattempo l’Havana si presenta esattamente come uno se la immagina. Colorata, calda, viva, allo stesso tempo caotica e rilassata.

Tutt’intorno macchine di ogni tipo provenienti direttamente dagli anni 60. Quasi nessuna ha tutti i pezzi o la carrozzeria a posto, ma tutte hanno uno stereo potente da cui escono le note de La Gasolina.

Tempo dieci minuti e già ti viene voglia di cappello di paglia, mojito e sigaro.

Primo giorno in hotel, tra +40 gradi fuori e -20 dentro. Giriamo a caso per la città finchè non ci facciamo convincere a prendere un taxi. Fatto di carrozza e cavalli.

Filano così i primi due giorni. Luglio a Cuba non è esattamente alta stagione. Fa caldo, ma è molto umido e decisamente non ci sono molti turisti. Condizioni praticamente perfette, ma tredici anni fa avevamo altre priorità…

Decidiamo quindi di spostarci e, dopo un meeting tenuto in spiaggia, si decide per Trinidad. Una cittadina nel mezzo dell’Isola esattamente di fronte al Mar dei Caraibi; suonava come l’idea perfetta.

Meno perfetto il tragitto di sei ore in taxi, stretti tra circa sei valigie ammassate tra gambe e schiene. Ovviamente La Gasolina a palla per tutto il tragitto.

Arriviamo a Trinidad senza prenotazione di alcun tipo. Non conosciamo niente e nessuno. Non abbiamo Google Maps e nemmeno internet. Nelle strade non c’è nessuno. Il tipo del taxi fa:

- dove dormite?
- eh chi lo sa…
- se volete conosco io un posto…
- si certo va bene. Andiamo.
- raga moriremo tutti stanotte.

Cenni e sguardi d’assenso.

6 Luglio 2005. Trinidad, Cuba.

Immaginate: sole, caldo, palme, strade semi deserte, macchine in stile anni 60 mezze scassate, gente che cammina piano, con cappello di paglia e sorriso in faccia, magliette sbiadite, infradito ma anche senza. Trinidad è tutto una serie di vie a case basse, alcune con stanze e terrazzi aperti e senza un tetto vero e proprio.

Siamo tutti alloggiati in una Casa Particular, l’equivalente e predecessore di quello che oggi chiamiamo AirBnb. Solo che a Trinidad non paghi con una app, ma cash. Cinquanta euro a notte, da dividere in quattro, tutto compreso, anche la mega cena di pesce che arriva la prima sera.

Relax, risate, zero pensieri.
Il pomeriggio arriva un temporale improvviso e vedo i proprietari di casa uscire per una doccia e shampoo sotto la pioggia. Faccio lo stesso pure io e mi ritrovo su un terrazzo di Trinidad, davanti al Mar dei Caraibi, a far la doccia sotto il temporale.
Questo è uno dei ricordi più belli che ho.

Dopo cena, camminata in centro dove ci fermiamo ad un tipico locale all’aperto e chiediamo, ovviamente, quattro Cuba Libre.

Questo è il momento in cui parte la catena di eventi.

Appoggiato al banco del bar chiedo i drink e, mentre aspetto, osservo il locale, la gente, quelli che suonano, le luci e le case intorno. Mi ritrovo a seguire con gli occhi il cameriere che vedo prendere quattro bicchieri da un tavolo, portarli al bar, svuotarne il contenuto in un cestino, appoggiarli sul bancone, riempirli con rum, cola, lime, zucchero e ghiaccio e poi, sorridente, servirli a noi.

Niente lavaggio, niente risciacquo. Solo quattro bicchieri da cui hanno bevuto altri quattro sconosciuti prima di noi, e probabilmente altri quattro prima di loro, e così via dal 1967.

Già mi vedo vittima dell’ebola, che al tempo non andava ancora di moda, per cui chiedo quattro cannucce.

Adesso seguo attento il cameriere, il quale esce di nuovo dal bar, prende quattro cannucce a caso da altrettanti bicchieri vuoti da un tavolo, torna dietro al bar, risciacqua velocemente le cannucce e le infila nei nostri bicchieri.

Ci guardiamo a metà tra il moriremo tutti e il che figata assurda.

Girerò un paio di volte la cannuccia nel drink, puntando tutto sulle proprietà disinfettanti del rum e lasciando il resto al caso.

Ordiniamo un altro giro. Teniamo le cannucce.

Due ore dopo: crampo alla pancia. Faccio finta di niente, ma non mi sento benissimo. Mi chiedono se voglio un altro Cuba Libre, ma in quel momento ho solo tanta voglia di succo d’arancia. Altro crampo.

In stanza il ventilatore combatte una battaglia persa, ma io sono sveglio per altri motivi. Mentre gli altri dormono io faccio la spola tra un letto bagnato e un cesso che ad ogni giro sembra sempre più lontano.

Conto sette tornate. L’ottava non me la ricordo. Ho immagini confuse di me sdraiato sul pavimento, gente che parla, freddo e caldo insieme, chiudo e riapro gli occhi, ma non sono molto presente. Black out.

Adesso sono sdraiato sul sedile posteriore di una macchina in movimento. Percepisco gli altri vicino a me. Sento qualche dialogo confuso e colgo la parola ospedale ripetuta diverse volte. Black out.

Torno tra noi e mi ritrovo in una stanza fresca, in vestaglia bianca, su un letto bianco, appoggiato da un lato ad un muro di mattonelle azzurre. Di fianco un macchinario che fa bip. Vedo una flebo attaccata al braccio.

Mentre cerco di fare un’espressione intelligente entrano gli altri tre accompagnati da un dottore. Capiscono al volo le mie domande prima ancora che le faccia. Alessandro dice:

- capo sei in ospedale, hai dato tutto quello che avevi, letteralmente… poi ti sei accasciato sul pavimento. Ti ho trovato così. Ti abbiamo caricato in taxi e due ore fa siamo arrivati in ospedale. Dovrai passare la notte qui, ma non sembra essere grave.
- sticazzi forti sti Cuba Libre, dobbiamo tornarci…
- più probabile sia colpa del pesce ma devono fare qualche analisi… anzi a proposito… servirebbe un campione…
- mandateli in bagno da noi, ce n’è talmente tanto che potrebbero clonarmi e aprire un Jurassic Park.
- eh capo lo so, ma serve fresco, per cui aspettiamo.

È sempre bello quando hai i tuoi amici intorno e un dottore sconosciuto che aspettano che ti venga il trentesimo attacco di sciolta totale.
Tuttavia, l’attesa sarà brevissima.

- qualcuno mi porti al cesso prima che scateni il nuovo Vajont!

Scattano tutti, ma si vede che mi guardano come se fossi un gavettone.

Risolve tutto l’entrata in scena di un nuovo personaggio: una donna Cubana enorme, con tipica bandana rossa in testa, vestito a fiori e grembiule bianco davanti. Mi prende letteralmente di peso e mi porta in bagno, mi siede sul cesso e si para dietro di me, reggendomi per le spalle. Poi fa:

- tu fare io aspetto
- no no no no. io fare sicuramente, no te preocupe, ma non con te qui, uscire por favor…
- no no, tu fare
- no no por favor…

Poi io fare, fare tanto. Svenire anche. Ma BigMama dietro di me ha tutto sotto controllo, cosi non casco faccia avanti e culo in aria sul pavimento di un cesso in un ospedale cubano. Black out.

Tra le sottili fessure degli occhi che non rimangono aperti, vedo i contorni confusi di un medico che corre verso di me e mi porge qualcosa da mangiare. Mi sporgo debolmente in avanti con bocca aperta e lingua in fuori, tipo giraffa, e lui ritira la mano. Poi si riavvicina e io ritento, ma questo si ritrae ancora.

Maccheccazzo, sono mezzo paralitico col culo al vento seduto sul cesso e BigMama che mi tiene in braccio e tu mi fai gli scherzetti?! Dammi sto cazzo di Mars!

Pensavo fosse un Mars.

Invece erano i sali da annusare per farmi ripigliare. E i sali non si mangiano.

Mi ripiglio, mi rendo conto della situazione e vorrei essere svenuto.

Due ore dopo dormo beato. Fino a quando mi sento strattonare un braccio.

Apro gli occhi e vedo Alessandro, Mauro e Daniele intorno al letto. Zaini in spalla. Facce serie.

- Capo dobbiamo andare. Stanno evacuando la città… Uragano in arrivo.


- In che senso uragano in arrivo? Stamattina c’erano mille gradi.
- Adesso no. Sta già piovendo. Stanno evacuando gli abitanti con i camion dell’esercito. Noi siamo turisti e ci hanno mandato un taxi che ci sta aspettando fuori. Dobbiamo partire subito altrimenti rimaniamo bloccati.
- Eh?!… Ok… va bene… tanto sono ore che evacuo, posso evacuare anche subito. Mi vesto in un secondo e andiamo…
- no, tu non puoi. Andiamo solo noi tre. Tu devi rimanere qui…

[fine prima parte - vai alla seconda parte]


Writer wannabe, mojito and absinthe lover, one day I want to see the Earth from space.