Uragano Dennis: una storia mai raccontata. Parte 2.

Uragano Dennis: una storia mai raccontata. Parte 2.

- In che senso io rimango qui?! E voi dove andate? Quando tornate? Moriremo tutti.
- Devi rimanere qui in quanto per “giurisdizione” sei sotto l’ospedale e il dottore non ti molla in queste condizioni. Comunque senti dobbiamo andare… appena possiamo ci mettiamo in contatto.
- Maaa…
- Ah si altra cosa… i cellulari non funzionano. L’uragano ha fatto volare via diversi pali della luce e del telefono. La zona è completamente isolata per circa 100km.
- Maaaaaaaaaaaa….
- Senti ciao, dobbiamo scappare. Letteralmente. A presto.

Mi ritrovo in camice bianco, flebo attaccata, a guardare in miei amici andare via di corsa, zaino in spalla, mentre rimango lì, mezzo seduto su un letto di un ospedale a Trinidad. Intanto fuori soffia un vento a più di 100 km orari. Mi guardo intorno e noto alcuni dettagli:

Rumore fortissimo di tempesta e pioggia. L’intera edificio scricchiola. Ogni tanto la luce trema per qualche secondo, poi va, poi viene.

Io, nonostante la situazione per niente allegra, sprofondo in un sonno senza sogni.

Poi mi svegliano all’improvviso. Un infermiere cubano cerca di dirmi qualcosa.

Tra il suo Italiano turistico e il mio Spagnolo livello “sordo-muto” riusciamo a capirci. In pratica la nuova figata è questa: mi spostano in un’altra stanza perché quella in cui sono non è sicura. Balbetto che vorrei qualche spiegazione in più, e il tipo mi indica il soffitto che… vedo muoversi.
Perfetto, penso. Già vedo i titoli:

Giovane Italiano ritrovato culo all’aria nel cesso dell’ospedale risucchiato da Dennis.

Tracce di sciolta nella stanza dell’Italiano scomparso. Paura o pesce avariato? Le indagini proseguono.

Gli amici: ci sentiamo in colpa. Noi on the beach e lui in vestaglia con BigMama. Non lo dimenticheremo.

Mentre spingono la mia carrozzina iniziano a puntellare il soffitto. Poi chiudono la porta a chiave dietro di me e mi portano nell’atrio.

Nuova scena: circa trenta pazienti, tutti su sedia a rotelle, chi in pigiama e chi in vestaglia. Gli addetti dell’ospedale si affannano a bloccare porte e finestre con assi e chiodi in stile cartoni animati. La luce non funziona, quindi nemmeno i ventilatori e l’aria condizionata. Da fuori il rumore assordante di un uragano a forza quattro, giusto un pelo sotto il livello Sterminio Totale.

Chi parla, lo fa sottovoce. O forse così sembra tale è il rumore da fuori.
L’intero edificio sembra muoversi ogni tanto, come ad assestarsi nel vento.
Alcuni infermieri stanno facendo il giro dei pazienti con qualcosa da mangiare. Il mio turno prevede pane-toast freddo e nutella. Seguito da pane per hotdog senza hotdog.

Faccio un giro delle facce, cercando negli sguardi l’informazione che non trovo nelle parole.

Stiamo per morire?
Verremmo risucchiati nel Regno di Oz e finalmente potrò regnare indisturbato insieme alla Strega dell’Ovest capeggiando un branco di scimmie alate?
Ci sveglieremo domattina sotto dieci metri di macerie attendendo pazientemente i cani da soccorso mordicchiando l’ultimo pezzo di pane da hotdog stretto tra dita fredde e polverose?

Non mi è dato sapere. Chi mi guarda lo fa con un sorriso. Sanno che non capisco quello che dicono. Ma non serve dirlo che tra un pò la baracca si scoperchia come una scatoletta di RioMare.
Però a questo punto la butto in ridere pure io.
Poi la magia.

Fuori la morte imperversa. Dentro infermieri, dottori e pazienti seduti in un atrio di ospedale con le porte e finestre sprangate da assi di legno, a raccontarsi storie di viaggio, vita e cazzate miste. Nessuno capirà mai al 100% la storia dell’altro. Tutti dimenticheranno per qualche ora che fuori è tutto distrutto.

E poi è di nuovo sera.

Il vento è calato. La mia stanza sembra sicura, ma adesso ha l’aggiunta di cinque secchi a raccogliere l’acqua che gocciola dal soffitto. Caldo. Tanto, tanto caldo. Altra flebo, altro sonno. Black out.

L’indomani mi informano che, visto che sono riuscito a passare la notte senza essere sparato nella stratosfera e atterrare in Kansas City insieme a trecentomila rane (pare succeda in caso di uragani), posso andare a casa.

O meglio, mi accompagnano loro con un’ambulanza.
Trinidad mi appare così:

Il viaggio in ambulanza è surreale.

Procediamo a passo d’uomo, tra macerie, alberi interi, porzioni di casa, mobili rotte e persone sotto shock che cercano in qualche modo di rimettere insieme i pezzi. L’acqua in ogni strada arriva a poco sotto i fari dell’ambulanza che crea una piccola onda che muove i detriti intorno.
Il mio cellulare, nel frattempo, non da segni di vita.

Arrivo in alloggio. È vuoto. Gli altri sono ancora da qualche parte. Non possiamo contattarci e non posso chiamare casa. Grazie a qualcosa che ho colto tra le conversazioni intorno, praticamente tutta Trinidad è distrutta e otto persone non hanno visto il nuovo giorno.
Sta cosa ha sicuramente fatto il giro del mondo e a casa saranno preoccupati, ma non ho modo di avvertire.

Mi sdraio con la faccia al soffitto e faccio il punto della situazione.
Tra il mio letto umido e la porta, grazie ad una leggera pendenza, c’è una pozzanghera di circa due metri che piano piano si allarga. Niente elettricità. Niente acqua corrente. Fuori piove ancora e aumenta il vento. Sono completamente solo e non posso nemmeno uscire dalla stanza, farmi una doccia o chiamare qualcuno. Non so quanto durerà per cui comincio a svuotare la valigia. Prima di partire, infatti, ho raccolto un libro al volo, una lettura da spiaggia, ma va bene anche in isolamento in attesa che passi un uragano.
Peccato per la trama:

Titolo:  Odissea . Autore:  Clive Cussler . Recensione:  carino ma vaffanculo .

Titolo: Odissea. Autore: Clive Cussler.
Recensione: carino ma vaffanculo.

Da questo momento la mia vacanza prevede:

  • sveglia più tardi possibile per avere meno ore a disposizione in cui impazzire;

  • lettura-cesso-lettura-cesso-lettura-cesso, da mattina a sera. A volte anche contemporaneamente;

  • uragano fuori, acqua alta dentro. No cibo, no doccia;

  • più si avvicina la sera e più mi avvicino alla finestra per sfruttare la luce e rimandare l’uso dell’unica candela che ho;

  • pausa per guardare fuori e contare le palme che volano;

  • vado a dormire il prima possibile per arrivare al giorno dopo.

Ripeto l’intera sequenza per quattro giorni.

La mattina del quinto c’è il sole e finalmente riesco ad uscire. Ho poca fame nonostante mi sia nutrito di crackers per quattro giorni. Cammino per Trinidad cercando di determinare i danni, ma in realtà voglio solo muovermi. Il cellulare ancora non da segnali.

Il sesto giorno tornano gli altri. Anche per loro sono stati cinque giorni interessanti, accampati in massa in un piccolo albergo, senza acqua ed elettricità e senza cambio…

Nuovo piano.

Missione: abbandonare Trinidad il prima possibile e tornare verso l’Havana, con tappa a Varadero per approfittare almeno dei giorni rimasti. In alternativa, qualsiasi paese o villaggio con una lampadina accesa.

Problema: non ci sono mezzi pubblici, quasi tutte le strade sono impraticabili, tre quarti degli abitanti sono stati evacuati, solo pochi tra quelli rimasti ha una macchina, solo poche tra le macchine rimaste funziona. Fighissimo.

Soluzione: spargere la voce che ci sono cento euro a disposizione di mancia, più vestiti vari per chiunque ci porti via da li.

Risultato: un tassista dice che può farlo, ma dobbiamo dargli il tempo di trovare benzina abbastanza per un viaggio di sette ore e un pezzo di ricambio della macchina.

13 Luglio 2005. Varadero, Cuba.

Dopo circa 200 km e trenta canzoni raggaeton il mio cellulare ritorna in vita. Ho quarantaquattro messaggi da leggere e una ventina in segreteria. I miei mi danno per disperso, mia sorella già sciacalla la mia stanza mentre contatta il numero di emergenza della Farnesina dopo aver sentito delle vittime. Rispondo a tutti dicendo che sono vivo e sto bene. E di lasciare le mie cose al loro posto.

Dennis ha lasciato il segno su tutta l’isola, ma nei pressi di Varadero la situazione migliora. Dopo una notte in hotel su lenzuola umide e mille zanzare in estasi per gli unici turisti in cinquecento chilometri, finalmente spunta il sole e inizia la nostra vacanza.

Che finirà cinque giorni dopo.

Non posso dire di avere un bel ricordo di Cuba, ma sicuramente un ricordo che non sparirà mai. Non posso dire che sia stato rilassante e devo ammettere di essermi cagato addosso diverse volte, sia per quel virus sia per altri motivi. Alla fine però, sono qui a scriverne la storia. Che poi è sempre quello che conta.
Non posso nemmeno dire di aver trascorso una vacanza, quanto una vera e propria avventura. Forse una di quelle di cui mi piace tanto leggere nei libri e, a posteriori, mi piace pure così.

Per quanto riguarda il libro che ho letto in quei cinque giorni disperati… quello è rimasto a Cuba. In quella stanza di quella Casa Particular in cui ci siamo tutti trovati per caso. Magari sarà di compagnia a qualcun altro.

Fine.

[torna alla prima parte]

Writer wannabe, mojito and absinthe lover, one day I want to see the Earth from space. I’m a ESL Teacher.